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Quotidiano di Foggia

Canne… dove? Da Barletta a… Carlantino!

Destinato a Bari quale Comandante della 4^ Zona Aerea, il Gen. S.A. Domenico Ludovico ebbe modo di appagare una sua antica curiosità di appassionato cultore di storia e di studiare sul posto, ai fini d'un tentativo di realistica ricostruzione, la famosissima battaglia del 216 a.C. Molto poté giovarsi dei lumi e degli incoraggiamenti prodigatigli da studiosi pugliesi e da esponenti di Enti locali, con lui concordi e solidali nel culto e nella esaltazione delle patrie memorie. Questo comune sentire si tradusse nella costituzione, nel 1953, di un Comitato "pro Canne della Battaglia", avente per scopo la valorizzazione storico-archeologica della celebre località, che guerra e dopoguerra avevano ricoperte delle ceneri del silenzio. Quale Presidente del detto Comitato e nel desiderio di recare un personale contributo alla causa di Canne, il Gen. Ludovico si indusse a scrivere, o, come egli stesso ebbe a dire, riscrivere, una storia divulgativa della battaglia, inquadrandola, per maggiore comprensione dei tempi, in una visione sintetica delle guerre puniche, di cui Canne rappresentava pur sempre il fatto culminante e più significativo. Venne così alla luce La battaglia di Canne (Roma, A L I editrice, 1958), il più documentato, dotto e peraltro bel testo scritto su siffatto argomento. La "vexata quaestio" cannense sembrava sopita, quando sul barese "Giornale del Levante" del 28 maggio 1961  apparve il testo ufficiale di una conferenza tenuta all'Università degli studi di Bari dalla Dr. F. Bertocchi, autrice peraltro di uno scritto dal titolo "Il sepolcreto di Canne", edito negli "Atti dell'Accademia Nazionale dei Lincei - 1960" (Roma 1961, vol. XV, pp. 337 ss.): una vera "bomba archeologica" lo definiva il detto giornale. Revocandosi in dubbio l'esistenza a Canne della Battaglia d'un sepolcreto che potesse definirsi "annibalico", a onta delle asserzioni del Gervasio e del Pace, si ridava la stura a una ripresa della battaglia… per la battaglia di Canne. Se quella necropoli, infatti, era d'età medioevale e non classica, lecito diveniva pure il dubitare della locazione della stessa, fino allora attribuita dalla maggioranza degli studiosi d'arte militare, storia e archeologia alla dauno-peuceta Canne, e poteva legittimamente supporsi altrove quel fatidico sito. Polibio, nativo di Megalopoli, nell'Arcadia, e vissuto dal 201, ossia 15 anni appena dopo la battaglia di Canne, al 120 a.C. circa, era ritenuto, invero, uno dei più grandi storici di tutti i tempi. In età di 40 anni, era stato portato a Roma come ostaggio e aveva potuto restarvi, grazie alle relazioni amichevoli coi personaggi più importanti dell'Urbe. Sua opera capitale erano state le Storie, in 40 libri, proprio dalla seconda guerra punica alla presa di Corinto, nel 146 a.C. A noi sono restati solo i primi cinque libri, fino alla battaglia, appunto, di Canne: una storia pragmatica, composta da uno spirito profondamente filosofico. Malgrado i suoi legami amicali con la famiglia degli Scipioni, partecipi e trionfatori della lotta contro Cartagine e quindi testimone "ab auditu" di quegli eventi, poteva aver egli male interpretato i loro racconti ed essere caduto in errore nel rievocare la battaglia di Canne e la sua ubicazione? E Tito Livio? Di nobile famiglia, nato a Padova nel 59 a.C., 157 anni dopo Canne e 61 dopo la morte di Polibio, amico di Augusto e precettore di Claudio, scrisse, accanto a qualche dialogo filosofico, 142 libri di storia ab Urbe condita, dalla fondazione di Roma all'età sua. Avrebbe voluto arrivare alla morte di Augusto con 150  libri, ma la morte lo colse nel 17 d.C. La sua opera apparve per serie: guerre sannitiche, guerre puniche, guerre civili, etc. Più tardi fu divisa per decadi, delle quali sono a noi giunte la I, la III, la IV e la prima metà della V, ossia solo 35 libri. Gli eventi da Sagunto a Zama sono narrati da XXI, 1 a XXX, 45 della III decade. Livio  l'artista della storia, che volle rendere eloquente,  glorificando Roma nei suoi eroi, invitando alla pratica delle virtù, all'amore per la patria, a rifuggire dalla menzogna e dall'errore. Poteva un tale uomo errare nel descrivere il disastro di Canne e indicare ove avvenne (XII, 46: 1 - 53: 19)? Il 2 agosto 1970, in occasione del 2186¡ anniversario della battaglia, il Rev.do Donato Albano, Abate di Volturino, dava notizia di studi da lui condotti, che a suo avviso sconfessavano la tradizione  localizzante il campo della battaglia di Canne nell'omonima località tra Barletta e Canosa [Canne della Battaglia… si trova presso Volturino (Foggia)?, pro manuscripto, Volturino 1970]. A km. 33 da Foggia e 23 da Lucera e a m. 735 s.l.m. e non nella Valle dell'Ofanto - la battaglia di Canne? La tesi dell'Albano non convinceva . . . ed ecco scendere in campo, nell' agosto del 1971, Sandro Ottolenghi a dar notizia, sulle pagine dell'"Europeo"  di una "scoperta straordinaria". "Soltanto adesso [vi si diceva] è stato scoperto il luogo esatto in cui si svolse la battaglia di Canne, dove il cartaginese Annibale annientò l'esercito dei Romani". “Una titolazione straordinaria, indubbiamente concepita [commentava Michele Cristallo] per "colpire il lettore. Anche se, nel testo, la forza dei titoli ne usciva un po' più affievolita, sgonfiandosi in dichiarazioni che non erano del giornale, ma degli autori della "sensazionale scoperta", il dott. Mario Izzo, ufficiale sanitario di Castelluccio, e il prof. Leonardo Rubino, due archeologi dilettanti. I due, sulla base di alcuni interessanti ritrovamenti, ritennero di aver scoperto il sepolcreto dei caduti della più famosa battaglia dell'antichità, la battaglia di Canne, appunto, del 216 a.C. E se il sepolcreto di Canne era a Castelluccio, sostenevano, era evidente  che la famosa battaglia non era stata combattuta a… Canne”. Per incarico conferitogli dall'Avv. Biagio di Giovine, Presidente dell'E.P.T. di Foggia, lo scrivente curò un'indagine e dall'amico Prof. Leonardo Rubino apprese che  mai esso aveva rilasciato alcuna  dichiarazione a chicchessia e anzi non  condivideva l'opinione che dei loro ritrovamenti s'era fatta il Dott. Mario Izzo,  dallo scrivente poi confutata nel Convegno di Studi promosso, nello stesso anno, dal Comune di Barletta (Comune di Barletta, Canne 2190 anni dopo. Atti 1¡ Convegno di Studi 1971, Barletta, Francesconi, 1974, pp. 83 ss.). Riproponeva ancora la sua "ipotesi" il Dott. Izzo nel Convegno Archeologico di Castelluccio V. Maggiore del 2-4 agosto 1973: la battaglia fra Romani e Punici del 216 a.C. aver avuto luogo in agro di Castelluccio V. Maggiore, nella piana della Valle del Celone, e non a Canne, in quella dell'Ofanto (Mario Izzo, Bruno Orsini & Fabrizio Felli, Annibale esce dall'ombra, Foggia, Elia, 4.12.1974. "Tesi", a dir dei due ultimi autori e non più semplice ipotesi. Nel febbraio del 1081 il Prof. Alfonso Palomba rifaceva la storia della questione cannense e, riferendosi alla rivendicazione di Castelluccio V. Maggiore e la dura risposta delle civiche autorità barlettane (mancava solo che si assistesse a uno di quegli scontri tra cittˆ sorelle che caratterizzarono in Italia il Medio Evo: vi fu persino una sfida a duello tra i maggiori esponenti del Comitato pro Canne e della Sovrintendenza ai Beni Archeologici di Taranto!), concludeva: "Tra i mille problemi suscitati nel tentativo di localizzare il campo della battaglia ci pare che di concreto ci sia solo il fatto che nella valle del Celone si è svolta una grande battaglia. Di quale battaglia si tratta? Agli archeologi la risposta?" (Canne: sull'Ofanto o nella valle del Celone?, Lucera, Edistampa, 1881, pag, 63). Nell' altrui silenzio e su sollecitazione del succitato Dr. Bruno Orsini, a lui legato da antica e mai venuta meno amicizia, lo scrivente, riassumendo i dati di oltre un decennio di ricerche compiute, pubblicava "Canne… dove?" (Foggia, Ed. Apulia, V.1984). Confutate le ragioni addotte a sostegno delle rivendicazioni di Volturino e Castelluccio V. Maggiore, pareva esser sopita la contesa con Barletta e poter procedersi insieme a  una valorizzazione di un territorio così ricco di patrie memorie. Ma un'altra contendente era scesa nel frattempo in campo: Celenza V. Fortore. Infatti, nel terzo annuale Convegno di Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia, tenutosi a S. Severo dal 27 al 29 novembre 1981, il Prof. Ruggiero Laurelli aveva presentato e illustrato una sua relazione, dal titolo: La localizzazione dell'area di Canne (studi di geografia antica). Conclusione della stessa era che la battaglia di Canne si svolse lungo le rive del Fortore e non dell'Ofanto e che le ricerche sulle foto aeree consentivano di selezionarvi spazi ben limitati, entro i quali si sarebbero dovute effettuare sistematiche campagne di scavi. Si augurava quindi che dalla stessa  Barletta, la quale sarebbe restata in ogni caso un centro di studi su Canne, scaturissero le iniziative necessarie per fare piena luce sullo storico episodio. Ma, evidentemente, ciò non bastava. Quello del 2 agosto 1998, fra i discorsi del Dott. Antonio Pellegrino, Presidente della Provincia di Foggia, testimoniava una sua "inesausta passione  - scriveva il curatore di una loro raccolta - per la storia locale e per l'urgente necessità di rafforzare e ricostruire la memoria della Capitanata" [Antonio Pellegrino, La mia Capitanata. Scritti e discorsi del Presidente della Provincia (1994-1998), Foggia, Centrografico Francescano, IX.1998, pp. 276 ss.]. Questa inesausta passione, indubbiamente lodevolissima, lo induceva s dire, a distanza di 27 anni: "… sono preziosi i Mario Izzo. Io desidero ringraziarlo pubblicamente perché ha avuto la cortesia di mettermi a parte del suo lavoro, dei progressi delle sue ricerche, dei suoi risultati. Personalmente sono convinto che abbia ragione che le armate di Annibale e dei consoli Lucio Emilio Paolo e Terenzio Varrone abbiano dato proprio qui [e si riferiva a Castelluccio V. Maggiore], alla più grande battaglia della storia dell'antichità… "Coraggiosa, ma indubbiamente campanilistica, affermazione di un'opinione, che forse ignorava essere stata unanimemente riprovata da cultori d'arte militare, storia, archeologia. Un'opinione che consentiva al Dott. Izzo di ridiscendere in campo per una nuova… disfida di Barletta, ma che l'isolamento in cui s'era cacciato più non consentiva che potesse aver luogo. Il dibattito non aveva più alcuna motivazione culturale, minato da interventi politici (in anni in cui la classe politica s'era resa odiosa ai cittadini) e da provincialismi e interessi campanilistici, escludeva storici e archeologi, che tali fossero e non  persone affette da snobismo culturale. E' quindi logico che seguisse il silenzio, durato oltre 11 anni, da Barletta a Volturino, da Castelluccio V. Maggiore a Celenza V. Fortore, e su  Canne e la sua battaglia ebbe a incombere il disinteresse di cittadini preoccupati di ben più gravi problemi di civica sopravvivenza. Siamo al 2010. Giovedì 28 gennaio il nostro giornale dava notizia di un nuovo convegno di studi, questa volta sulla presenza di Annibale nella piana del Fortore, cui era intervenuto il Sindaco di Carlantino, Dr. Vito Guerrera. Carlantino a km. 60 da Foggia e 42 da Lucera. Il nome gli deriverebbe (v.. Michele  Palmieri, Pasquale Soccio & altri, Scopriamo la Puglia, Bari, Adda, s.d., pag. 29) da quello vezzeggiativo del fondatore: Carlettino > Carlentino > Carlantino. I suoi terreni sono adibiti a pascoli e alla coltivazione di una speciale qualitˆ di grano, detto "carlantino". Nel dialetto garganico, faceva notare il compianto garganico Prof. Pasquale Soccio, "Carlantino" è sinonimo di "commerciante di cereali". Dal suo aperto colle, a m. 558 s.l.m. si domina quella parte della Valle del Fortore, dove ora sorge la grandiosa diga di Occhito. Il primo cittadino di questa comunità dauna, che pretendeva contendere a Canne il prestigio di avere ospitato una delle più importanti battaglie di tutti i tempi, aveva raccomandato in quel convegno prudenza: "… Un passo per volta, tanto più in materia storica, ne va della nostra credibilità… Occorre presentarsi al mondo scientifico con prove solide, al momento non disponibili. Alzare un polverone solo per far parlare di Carlantino sarebbe una mossa sbagliata…". Sagge parole! Abbondanti reperti archeologici, illustrati in uno scritto del Dr. Paolo Maulucci, dell'Ufficio foggiano della Sovrintendena di Taranto, presentato in quell'appuntamento provavano - si sostenne - una presenza cartaginese nella zona del fiume dauno. Non bastavano - certo - da soli a sostenere che fosse avvenuto in quell'area fortorina e non nell'altra del fiume Ofanto lo scontro del 2 agosto 216 a.C., che causò la perdita di innumeri Romani sconfitti. Dove sarebbero finiti i corpi di questi caduti? Insepolti o bruciati, ha sostenuto l'Ing. Giuseppe de Marco, nell' area, di cui dava queste coordinate: Carlantino, Subappennino Dauno settentrionale, riva destra del Fortore, piana di Ischia Rotonda, in direzione del torrente Cigno, zona invasa dalle acque del bacino di Occhito
 

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