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Quotidiano di Foggia

Anche un forno crematorio nel lager di Manfredonia, ma...

Un lager a Manfredonia, con perfino un forno crematorio, ma nessuna pagina tragica di stragi e torture nel campo di concentramento allestito nel macello comunale. Ha operato dal giugno 1940 al 1943, nei locali dello stabilimento per la macellazione delle carni, da poco edificato allora nella periferia sipontina e opportunamente adattato alle esigenze della detenzione, con la costruzione di stanze, locali igienici e cucine. Tra le palazzine, in muratura, spiccava un sinistro forno crematorio, ma è normale che ci fosse, dal momento che la destinazione originaria della struttura a macello pubblico prevedeva quello che resta evidentemente un semplice inceneritore degli scarti della lavorazione. Nemmeno lontanamente le autorità di Pubblica Sicurezza italiane, che avevano in consegna le 520 persone internate complessivamente nel triennio, pensarono mai di destinarlo allo spregevole uso dei nazisti nei lager del centro Europa. Sul punto è categorico il ricercatore dauno Viviano Iazzetti, che setacciando i documenti conservati presso gli Archivio di Stato, ha redatto un contributo per le pubblicazioni della biblioteca provinciale di Foggia ed ha realizzato un intenso laboratorio didattico con gli studenti del tecnico per geometri e ragionieri Mauro Del Giudice di Rodi Garganico. In vista della entrata in guerra contro gli anglofrancesi, le autorità fasciste aprirono in tutta Italia centri di internamento per sovversivi, ebrei, antifascisti, stranieri e, come fa notare Iazzetti, persone politicamente pericolose, da isolare rispetto alla popolazione, per evitare attività di propaganda ostile al regime e disfattismo. Fin dai primi del 1940 il Ministero degli affari interni studiava una localizzazione in agro di Manfredonia (gli altri tre centri di isolamento pugliesi, su una quarantina di lager italiani, erano alle Tremiti, a Gioia del Colle e alla Casina Rossa di Alberobello). Scartati il convento di Sannicandro Garganico o anche Villa Rosa, sempre a Manfredonia, in contrada Scaloria, che potevano contenere meno di 200 internati, la scelta cadde sui nuovi edifici del macello comunale sipontino, facilmente adattabili fino alla capienza di quasi 300 ospiti. Un campo di internamento, quindi, non certo di sterminio secondo il modello adottato dai nazisti nella loro feroce politica di pulizia etnica. Chi di lager ferisce di lager perisce, però, secondo una nemesi storica che si è abbattuta a fine conflitto sui tedeschi, militari e civili. In pochi mesi, un milione di donne, vecchi, bambini e soprattutto soldati è morto di stenti, di fame, di malattie nel campi di concentramento angloamericani (750mila) e francesi (250mila). Una cinica vendetta nei confronti dei prigionieri di guerra e delle popolazioni germaniche, che non ha paragoni nella storia Usa ed era deliberata, consapevole, a giudicare dalle parole di Winston Churchill e dagli ordini del generale Eisenhower. Una vicenda rimasta a lungo dimenticata, rivelata alla fine degli anni Ottanta dallo studioso canadese James Bacque, del quale Mursia propone in una nuova edizione aggiornata il saggio "Gli altri lager" (396 pag. 19 euro). Almeno 4 milioni di tedeschi finirono in mano agli alleati dopo la seconda guerra mondiale, reclusi in campi aperti, entro recinti di filo spinato, con poco cibo ed acqua o niente del tutto. Circa 630mila furono detenuti - e maltrattati - dai francesi, come manodopera per le riparazioni di guerra. In gran parte erano soldati della Wehrmacht, ma tra loro anche donne, bambini e anziani. Le morti vennero archiviate come 'altre perdite'
 

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