Non è un "ritorno al passato", ma la consapevolezza che la storia non è solo quella scritta sui libri, ma

anche quella che c'è intorno, e ancora nascosta quella che si cela sotto i piedi, come un libro non ancora aperto e tutto da sfogliare. Un elemento attivo e vivente e non relegato fra le sonnacchiose pagine di un libro aperto noiosamente, pronto a svelarsi se lo si interroga. Divisi fra il sensazionale ad effetto di Voyager e l'arida sequela di paragrafi da studiare, i ragazzi finiscono col credere alle fole catastrofiche dei Maya o del sacro Graal, che all'esistenza di Annibale, a meno che non sia virtualmente animato sul Nintendo...
L'archeologia, naturalmente, svestita dei paludamenti accademici, e attraverso
linguaggi e canali che vede i ragazzi più partecipativi che
spettatori passivi, è la chiave metaforica per comprendere il senso del tempo in cui si vive, e capire che forse l'uomo è nato prima del cellulare.
Dopo decenni di noiosissime viste scolastiche d'ordinanza al classico museo, ambiente già di per se ostico ai giovani perchè regno dei divieti per eccellenza, a cui ha raramente fatto da contraltare l'eccellenza della comunicazione, e credo che ognuno ne serbi un ricordo simile, qualcuno si è cominciato a chiedere se l'arte del conservare, del preservare, del ricapitolare, fosse l'unico modo per avvicinare le nuove generazioni a una riflessione non solo culturale, ma dimensionale sul percorso della storia umana.
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