Il 9 settembre 1943, sbandando, venni catturato dai tedeschi in Italia nei pressi di Peschiera del Garda. Passai quindi a Verona da
dove in carri bestiame regolarmente chiusi venni deportato con svariate altre centinaia di poveri disgraziati. Alla partenza ci venne consegnata una scatoletta (italiana) di carne e due "gallette". Ci fermammo in varie stazioni, ma a Rovereto restammo più tempo e riuscii a passare, attraverso quel finestrino esistente nell'angolo alto del carro, ad una mano che ritenni amica, un bigliettino per mia madre, bigliettino che non arrivò mai.
La prima fermata in territorio straniero fu ad Innsbruck qui solamente - erano ormai due giorni che ci trovavamo chiusi nei carri - ci fecero scendere per consentirci, a gruppi, di soddisfare qualche bisogno corporale. Dopo, in fila sulla panchina della stazione, ci dettero un mestolo di una brodaglia ed un pezzo di pane nero e ci "invitarono", mitra alla mano, a risalire nei vagoni bestiame.
Ripartimmo da Innsbruck ed all'alba del giorno seguente raggiungemmo una tipica stazione austriaca dove ci fecero discendere dal "treno" e in fila, ci avviarono per un lungo viale. Anche se eravamo ai primi di settembre, era una giornata fredda e quando sul lato sinistro del vialone vidi su un negozio, debolmente illuminato, la scritta "cafè" ebbi la sensazione che tutto era finito.
Eravamo giunti in uno dei più grandi campi di detenzione tedesco - Dachau.
La nostra scorta armata, dopo averci consegnato ai " responsabili" del campo si allontanò. Fummo condotti sul lato destro della piazza antistante l'infermeria del "Lager" dove, tra il campo sportivo e quello dove venivano ammucchiate e conservate patate e carote, ci svestirono completamente (portandoci via orologi, scarpe, abiti, biancheria intima, portafogli, insomma tutto ciò che avevamo di nostro) e un "barbiere" provvide a depilarci, a raderci a zero, e a formare sul nostro cranio con il rasoio una striscia larga tre dita che partiva dalla nuca e finiva sulla fronte (questa striscia i tedeschi la mantennero sempre efficiente in tutti i campi nei quali son stato). Dopo questa operazione, con un pennello da imbianchino che veniva intinto in un grande recipiente, ci cosparsero il corpo di un liquido (disinfettante?) che a contatto della nostra pelle diventò schiumoso e ci provocò un bruciore che ci fece dimenticare per diversi minuti il freddo intenso.
In seguito, sempre vestiti di niente, demmo le nostre generalità ad un borghese (poi sapemmo che trattavasi di un Lagertester) ed ottenemmo il "corredo": giacca e pantaloni - tipo flanella leggerissima - zebrate verticalmente; un berretto ugualmente zebrato; una camicia e una mutanda (quest'ultima lunga) color turchino; un paio di stracci (pezze da piedi tipo militare) e due paia di zoccoli - interamente di legno - tipo olandesi.
Continua sull'edizione cartacea del Quotidiano di Foggia del 27.01.12
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